
Ricorrono oggi , 7 agosto, 110 anni dalla nascita di Danilo Fallani, nostro concittadino che, prima di rientrare rispondendo a una propria scelta radicale in una vita diciamo più comune, ha frequentato da protagonista ambienti dello spettacolo tra i più prestigiosi.
Stiamo parlando di un arco di tempo che va dai primissimi anni ‘30 alla prima metà degli anni ’50. Anni intensissimi durante i quali il nostro, nonostante una iniziale contrarietà della famiglia, ha seguito senza tergiversare gli stimoli che una non comune indole votata allo spettacolo sempre più impellente gli dettava.
Teatro
1931
Appena quindicenne, partendo dai tanti teatrini che all’epoca pullulavano a Livorno e provincia, inizia un’intensa attività teatrale da dilettante. Di questa attività si sa soltanto che gli permise di mettersi in luce e consolidare in lui la convinzione di potere un giorno recitare da professionista. In seguito decide il grande passo, lascia la famiglia e la città dove era nato per trasferirsi da solo a Roma. Nella Capitale, tra soddisfazioni e non pochi sacrifici, frequenta e si diploma all’Accademia di arte drammatica.
Gli esordi
Scelto personalmente come primo attor giovane per la sua compagnia dal grande Annibale Ninchi comincia l’attività professionistica. Debutta ufficialmente al teatro Manzoni di Milano con il dramma “Ufficiali bianchi” scritto dallo stesso Annibale Ninchi. La paga è più che buona e Danilo può decidere di riappacificarsi definitivamente con la famiglia. Invita e sistema in un bell’albergo della metropoli meneghina la madre Francesca, il padre Arduino e il fratello Vago e prenota per loro un buon posto al Teatro Manzoni. Il successo è grande e la pace con la famiglia è definitivamente ristabilita.
Danilo Fallani la compagnia di Ninchi, non si sa bene se subito prima (cosa più probabile) o subito dopo la guerra. Gli viene dato l’incarico di direttore artistico e primo attore in una formazione di Stato destinata a divulgare il teatro italiano in Svizzera, in seguito al quale per circa un anno ottiene lusinghieri successi nei principali teatri elvetici. Durante la guerra si ha notizia del fatto che facesse parte di una Compagnia teatrale. Scopo principale della Compagnia pare fosse quello di recarsi al più presto là dove i bombardamenti angloamericani erano stati più duri e in breve allestirvi spettacoli atti a sollevare il morale della gente.

1944
Subito dopo la guerra si trova spesso in qualità di direttore artistico e attore protagonista in gruppi organizzati dal “Movimento giovanile comunista”. Si tratta di gruppi filodrammatici quali: “Rocco Caraviello” e altri.
Alcuni titoli portati in scena per tutta la Toscana: “La morte civile” di P. Giacometti, “Luce che torna” di Riccardo Melani, Una partita a scacchi” di G. Giacosa, “Il dono del mattino” di G. Forzano, “L’Uragano” di Vittorio Locchi”, “Una lampada alla finestra” di Gino Capriolo. In questo periodo Fallani stesso scrisse una commedia il cui testo è purtroppo andato perduto.
1945
Gli si presenta l’occasione per tornare a essere un professionista a tutto tondo. Scritturato dalla compagnia di Maria Melato, in breve, unisce il proprio nome a quella della grande attrice nell’intestazione della compagnia.
1947
Forma una propria compagnia con Giulietta De Riso e va in tournée nei maggiori teatri Italiani.
Con la supervisione organizzativa del barone Emanuele Sciacca per le “Organizzazioni teatrali Sciacca”, forma la prima grande compagnia di collaborazione italo-francese. Nella compagnia vi recita con Greta Gonda sotto la regia di Georges Flamant.

È durante questo periodo che accade un episodio curioso del quale anni fa sono venuto a conoscenza attraverso il racconto della stessa Francesca Grossi in Fallani madre di Danilo. Essendosi concretizzata una relazione abbastanza seria tra Danilo e Greta Gonda, questi, ormai abituato a una vita nel “bel mondo” decise bello bello di portare la diva nell’abitazione dei propri genitori a Livorno per farla loro ben conoscere al fine di instaurare un rapporto di pseudo parentela. La cosa non funzionò e dai racconti di Francesca si poteva dedurre il disagio di gente semplice nel trovarsi a dividere l’intimità della propria casa con una sorta di “regina”.
Divenuti “difficili” i rapporti con Greta Gonda il Barone Sciacca fa da tramite per l’accesso di Danilo Fallani nella Compagnia di Salvo Randone e Neda Naldi. Con questa Compagnia, nonostante le rappresentazioni si susseguano in tutta Italia, la situazione per il teatro si fa sempre più difficile finché, ben presto una profonda crisi prenderà il sopravvento.
Il nome di Danilo Fallani e la sua professionalità sono da tempo abbondantemente riconosciuti. Ha avuto modo di recitare al fianco dei più grandi tra gli attori dell’epoca, da Emma Grammatica a Ruggero Ruggeri, da Memo Benassi a Sarah Ferrati e via dicendo ma in quel momento ottenere una scrittura gli appare sempre più difficile.
La crisi del teatro
È un dato di fatto: il teatro italiano vive in quegli anni una crisi profonda e Danilo, sempre legato alla propria terra, torna a più riprese in Toscana e soprattutto a Livorno. L’amore per il Teatro però non lo lascia, cerca di stare a galla, accetta la direzione artistica del “Gruppo attori e generici cinematografici della CGIL”. Senza ombra di dubbio un grande passo indietro rispetto agli standard ai quali si era abituato.
Comunque il 21 maggio del 1951 la compagnia debutta al Teatro Goldoni di Livorno con una partecipata e attesa rappresentazione di “L’Uragano” di Vittorio Locchi, nella quale Danilo copre anche il ruolo di regista. Lo spettacolo è interpretato, tra gli altri, da Armanda Giovacchini, giovane cantante in arte Gloria Ariston per l’occasione prestata alla prosa. I due simpatizzano e Danilo per il momento non si muove da Livorno. Qui ha occasione di incontrare Giovacchino Forzano e di frequentare gli stabilimenti cinematografici della “Pisorno” solo da poco ripristinati dopo le devastazioni della guerra.
Cinematografo
1951/52
Proprio frequentando quegli studi, nel ’51, si trova a incontrare Giuliano Biagetti (già conosciuto a Roma mentre questi frequentava la scuola di regia). Biagetti lo coinvolge nell’organizzazione ancora allo stato embrionale del suo nuovo film: “Medico condotto” (“Rivalità”). Il film è tratto da un soggetto di Roberto Rossellini e Antonio Pietrangeli (aiuto registi Vittorio Taviani e il nostro concittadino Amasi Damiani).
Sul set di Biagetti avviene un incontro decisivo per la nuova carriera di Danilo, quello con Luigi Giacosi, organizzatore di film. Giacosi stava cercando un produttore per sviluppare l’idea di un giovane soggettista che già un anno prima, ma senza ottenere il successo sperato. Aveva girato un film da regista: “Lo sceicco bianco”.
Subito innamoratosi del soggetto Danilo Fallani si propone per aiutare Giacosi: tratta con Pietro Germi, che in un primo momento era stato avvicinato per farne il regista, ma non se ne fa nulla. Dopo ben otto mesi, con la regia dello stesso Federico Fellini, si trova finalmente il modo di cominciare a girare grazie ai fondi messi a disposizione dal dott. Pegoraro per la “PEG produzione Film”.

I vitelloni
La pellicola, che risulta un autentico capolavoro, non è altro che il celeberrimo “I vitelloni” vincitore, tra l’altro, del Leone al festival di Venezia. È un grande successo; tanto che Danilo, insieme a Giocosi nel seguire Fellini, venne preso in forza alla Ponti-De Lauretis e torna a Roma. Oltre a “I vitelloni”, dove figura nei titoli di testa come ispettore di produzione, Danilo lavorò, dunque, per vari altri film, tra i quali:
“Giovanna D’Arco brucia” (1953) di Roberto Rossellini, in qualità di ispettore di produzione non menzionato però nei titoli di testa.
“Scampolo ‘53” (1953) di Giorgio Bianchi in qualità di direttore di produzione.
“La strada” (1954) di Federico Fellini, in qualità di organizzatore generale.
“Mizar, sabotaggio in mare” (1954) di Francesco De Robertis, film con riprese subacquee per l’epoca assolutamente all’avanguardia. Durante la lavorazione del quale, nell’ottobre 1953, per sposarsi nella Chiesetta di San Jacopo con la giovanissima cantante Gloria Ariston (Armanda Giovacchini), non esitò a convincere e portare buona parte della troupe a Livorno con la scusa di girare nel porto le scene finali.
Dopo appena un anno dal matrimonio, alla nascita in Livorno del figlio Glauco, maturò la decisione di lasciare Roma ma, in qualità ancora una volta di organizzatore generale, partecipò all’ultimo suo film: “Ragazze al mare” (1954) di Giuliano Biagetti, girato negli stabilimenti Cinematografici di Tirrenia.
Con una repentina, quanto irreversibile, risoluzione decise, non senza rimpianti talvolta destinati a riaffiorare nel tempo, di lasciare per sempre il dorato ma effimero mondo dello spettacolo e, per meglio curare la propria famiglia, dedicarsi ad attività capaci di dargli maggiori garanzie di “normalità” e durata nel tempo. Mise così in piedi, insieme a Ugo Benvenuti già segretario di produzione nel film “I vitelloni” una fabbrica di salotti in via Leonardo da Vinci a Livorno, per la conduzione della quale si è impegnato per il resto della vita.
Articolo di Glauco Fallani